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UN GIORNO DI LUGLIO
Perché i matti capita anche che muoiono, di rado ormai, ma muoiono. Di rado perché non si consumano a stare lì, a prendere la polvere, non si logorano ormai, quelli che sono sopravvissuti, si lasciano passare le giornate addosso quelli, non fanno nessuna fatica.
E' capitato che a luglio è morto Aldo il vecchio.
Andavo al manicomio, gnic, gnic, gnic, il rumore lo conosci già, ben coperto , col giubbottino barracuda di mio fratello, che anche a luglio a Collegno alle sette del mattino fa freddo, dico io, vorrei andare a vivere in Sicilia, ma sono piemontese, lasciamo perdere, gnic, gnic, gnic. Andavo al manicomio ed ero contento, che non ero abituato a sentirmi utile, a fare una cosa che mi piaceva e mi trovo veramente bene coi matti io, che in tanti mi dicono “ci sai proprio fare!” e io sorrido amabile: hai presente il sorriso amabile, non quello ebete?
Percorrevo via De Amicis con fatica: fatica delle sigarette della sera prima passata a bere dolcetto alla Trattoria del Sole, a Basso Dora; del pomeriggio prima, passato con pigrizia premeditata al Centro Sociale Anziani, patrimonio dell'umanità che non mancherei di segnalare all'Unesco se non avessi paura di un'invasione di gente; ma poi non apprezzerebbero in molti, dico io. Avevo bevuto un litro di bianco insieme al mio amico Cento e ai suoi occhiali di metallo, e avevo incontrato l'infermiere Renso che beveva frizzantino e ne fumava una dietro l'altra pure lui.
- Perché lì dentro ormai sono più matti certi infermieri che i matti ricoverati, gli utenti. Vedo delle cose io che te non puoi immaginare. Una volta, ancora ancora, c'era proprio bisogno di usare la forza coi malati, che erano giovani e scatenati, alcuni, e gli psicofarmaci si usavano di meno, o non c'erano proprio. Ma adesso certi eccessi proprio non li capisco.
- Ma parli di qualcuno in particolare?
- No, no, niente. E' che dicono a noi che lavoriamo lì dentro già da prima, ma anche quelli nuovi, insomma là, non vanno per il sottile.
Renso era un po' alticcio. Alla sera, quella sera, entrava alle nove per fare la notte.
- Ma io il lavoro lo faccio volentieri e non so quanto resisto qui dentro. Mi hanno offerto di andare a lavorare al repartino del Martini. Non so. E' più serio. E' più pericoloso anche, faticoso.
E mi racconta delle passate esperienze, quando faceva assistenza psichiatrica domiciliare, di quando lui e un suo collega avevano a che fare con una paziente ninfomane che voleva andare con tutti e due insieme.
- Basta là.
- Tutti e due!
- Giuda nero.
E mi racconta di quando c'era uno, giovane, che credeva di essere Mazinga e picchiava e urlava e dovevi essere in quattro per tenerlo, altro che assistenza domiciliare.
- E meno male che il mio collega era cintura nera di judo, altrimenti.
- Altrimenti.
E saltava di palo in frasca con una serie di rapide dissolvenze al profumo di frizzantino e mi parlava di quando da ragazzo beveva un litro di cognac per scommessa, a militare, tutto d'un fiato.
Meraviglie del frizzantino, alle quattro del pomeriggio.
Andavo al manicomio, via De Amicis in pendenza mi stancava un po', ma ero felice. Poi il corso Pastrengo, gnic, gnic, gnic, e giro su dentro il parco, sull'angolo, dove c'è l'ex obitorio (tutto ex qui dentro, vorrà pur dire qualcosa). L'ex obitorio ci vanno i tossici a bucarsi e lasciano delle strisce di sangue sulle pareti che se uno passa di lì e non lo sa dice “minchia l'ex obitorio dei matti, c'è ancora il sangue alle pareti!”. Questo prima che l'occupassero gli squatters, ma è un'altra storia.
Giro su, gnic, gnic, gnic, dicevo, e percorro il pavé malandato, evito le buche, trattengo il respiro passando vicino ai bidoni della spazzatura. Spesso lì attorno ronza Ghitin, Margherita, angelo del pattume, che in reparto non mangia perché rabasta gli avanzi nei bidoni e parla nel suo astigiano stretto e non provare a richiamarla che ti tira un pezzo. Ma Ghitin non c'è stamattina.
Stamattina hanno trovato morto Aldo il vecchio, ma io non lo sapevo ancora.
Aldo il vecchio è simpatico, è quello che fa “ooooeeeeoooo” e si sbrodola. Non è sempre così rincoglionito, però. Più o meno una volta al mese si sblocca e attacca a parlare come una radio, e pontifica e sputacchia e racconta fitto fitto tutto quello che gli capita; racconta di come l'hanno lavato quel mattino, dell'infermiere se è stato bravo o cattivo, di quello che ha mangiato, di quello che ha visto; oppure del passato, del tempo di guerra e di quelle robe lì. E parla come una radio e va avanti anche di notte se non gli danno il valium. Poi basta, di nuovo semi catatonico per altri trenta giorni. Dico io che matti ci sono qui dentro.
Aldo il vecchio ha una nipote, Nicoletta, che secondo me se la intende con l'educatore Max. Lo viene spesso a trovare però, almeno quello, e gli dice “zio, zio, ti voglio bene” e gli accarezza la testa, ma quando capita nei giorni che lui parla va via subito.
Andavo al manicomio, allora, e non sapevo ancora di Aldo. Però ho visto la macchina dei carabinieri in cortile e mi son detto “guarda lì, la macchina dei carabinieri in cortile”.
Poi ho legato la bicicletta al palo, ho abbassato la cerniera del barracuda e ho pensato “che bello oggi vedo anche l'ausiliaria Sara che mi piace tanto, nel senso di simpatia, intendo” e mentre mi facevo tutto questo discorso salivo lo scivolo, lento che tanto era presto, non erano ancora le sette.
Sono entrato spingendo il portone giallo e non c'era nessuno, neanche il fido scudiero Cosma che di solito è già lì ad aspettarmi; niente. Pazienza, dico.
Vado verso l'infermeria, che è chiusa, però. Tiro dritto e vado fino alla bollatrice, che sono come un dipendente dell'ASL e devo timbrare. Ancora nessuno.
Torno indietro, mi tolgo il giubbotto e finalmente vedo tutti, tutti nello stanzone in fondo, tutti ancora in mutande e canottiera, tutti curiosi, tutti trattenuti dai carabinieri, sono due, che dicono “ancora un po' di pazienza signori” ma poi li lasciano passare. Dico io che senso ha tenere i matti in quel modo, infatti. Infatti mi dicono:
- Lei chi è!
- Come chi sono?
- Buona questa, lei chi è!
- Mi scusi, sono l'obiettore che lavora qui; è successo qualcosa?
- E' successo qualcosa!
Siamo a posto, questo parla a punti esclamativi, dovrebbe conoscere l'educatore Max, potrebbero condividere le loro esperienze in materia di punteggiatura. Lasciamo perdere.
Aldo il vecchio ieri alle due del pomeriggio, invece di andare a dormire, aveva attaccato la radio che ha nella testa e i ricordi del dopoguerra avevano fatto la colonna sonora del pomeriggio. Fortuna che con la carrozzina si poteva parcheggiarlo dove volevi, così l'avevano messo nell'ingresso, in punta al reparto, dove non passa mai nessuno; solo Cosma, anima pia oltre che fido scudiero, ogni tanto andava a dargli una botta sulla nuca e “piantla lì bastard!”, proprio come a una radio che non riesci a spegnere. Comunque.
Comunque Aldo il vecchio dormiva in una stanza da quattro, la prima dopo l'ultimo stanzone, con Pautasso, Giorgio Rosso e Iodice.
L'hanno trovato nel letto con la testa un po' rotta e il sangue sul cuscino. E il sangue anche sulla testiera del letto, dove c'è una placca quadrata che fa un po' di spigolo.
Apriranno un inchiesta per via dello spigolo, per via che pare sia morto alle due di notte e l'hanno trovato solo alle sei e mezza, per via dei compagni di stanza mattacchioni che hanno “un passato di violenza!” dice il carabiniere, per via dei segni rossi che Aldo il vecchio ha dietro le orecchie.
Quello dei punti esclamativi mi lascia finalmente passare, Cosma piange di paura. Marilena piange. Angelica piange e dice che Aldo il vecchio le doveva un miliardo. Alma è in un angolo che sputa. Nella stanza del morto il maresciallo Gurremi si tiene la pancia e parla al telefono:
- No, ma che scientifica, mi faccia il piacere. Sì, dicono che è caduto; sì, mentre cercava di tirarsi su è caduto all'indietro e ha battuto la testa; molto vecchio, sì; come ha fatto, chi lo sa. Faremo degli accertamenti ma niente scientifica, per carità, eh.
Spento il telefonino mi guarda interrogativo.
- Un amico del morto.
- Vogliamo scherzare?
- Faccio servizio civile qui dentro e sono amico del morto.
- Bene, cioè, mi spiace.
- Posso avvicinarmi?
I morti non mi fanno effetto, hanno le ciglia finte ormai, e gli occhi da pesce e la pelle da morti. Non sono più lì, finalmente. Ciao Aldo il vecchio.
Poi gli interrogatori. Credo di aver capito che i carabinieri non abbiano nessuna voglia di indagare ma Gurremi forse sì e poi “ci sono alcuni particolari bizzarri”, dice. Si informa sulle abitudini di Aldo, vuole vedere la cartella clinica, chiede, guarda, controlla. Bravo Gurremi, dico io.
I due agenti che lo accompagnano fanno a turno per fumare.
Poi gli interrogatori nell'ufficio del capo sala, che è arrivato di gran carriera alle sette e mezza.
Una folla quel giorno di luglio all'ex reparto sei: la squadra del mattino a lavorare come poteva; la squadra della notte trattenuta per chiarire i “particolari bizzarri”; l'educatore Max che era già lì quando sono arrivato perché aveva fatto pure lui la notte che Paluello era in crisi nera e lui era preoccupato. Poi era preoccupato per Nicoletta, la nipote di Aldo il vecchio che piange contrita e Paluello non era più in crisi nera. Poi Italo Fronte listato a lutto, l'ispettrice Pieroni e alle nove niente meno che l'amministratore delegato dell'ASL dottoressa Assarotti, pure lei a lutto. Poi quelli delle pulizie, Abdù in testa, agitato, parecchio agitato. Poi le colf, non ti dico le colf vocianti che nervi quel giorno. Poi i matti.
Poi gli interrogatori. Prima Fronte, lui, Gurremi e quello dei punti esclamativi: porta chiusa. Poi la Assarotti e la Pieroni: porta chiusa. Poi la squadra della notte, uno per uno: Renso, Sara, Stano, Celeghin: porta chiusa. Poi Max: porta chiusa (chissà se lui e quello dei punti esclamativi si sono parlati).
Poi i matti: porta chiusa, ma io sto dentro a fare da “interprete mediatore” dice Gurremi, basta là.
Giorgio Rosso entra e dice:
- Carabinieri di merda.
Quello dei punti esclamativi sussulta e Gurremi sorride.
- Grazie.
- Prego.
- Allora signor Rosso, cosa è successo al suo amico stanotte: è caduto, ha visto qualcosa, ha sentito?
- ...
- Giorgio rispondi al maresciallo.
- Te non mettermi le mani addosso! E cosa ci interessa lui dei miei affari? Dammi una sigaretta. – e fa per mettersi giù accovacciato sui talloni che gli piace tanto, ma io lo tengo e allora si siede sulla sedia.
- Sono stato io a ucciderlo quel bastardo, era il diavolo. Gli ho dato un calcio in pancia e l'ho ucciso – quello dei punti esclamativi sussulta.
- Dai Giorgio non dire fesserie.
- Vaffanculo te – andiamo bene.
- Allora signor Rosso, non ha visto proprio niente? – quello dei punti esclamativi sussulta di nuovo: avrà un tic?
- Si capisce che ho visto. Era uno vestito di bianco, ah, ah, ah, che l'ha tirato su e gli ha rotto la testa, vestito di bianco: era la madonna! – e ride che mi da sui nervi, sembra proprio demente quando fa così.
Pautasso Michele entra e dice:
- Viva l'anarchia! Viva l'anarchia! Viva l'anarchia! Abbasso i borghesi, tutti appesi, i borghesi! Diciamo no ai carabinieri, diciamo no alla divisa, diciamo no all'autorità costituita!
Pautasso Michele è l'uomo più sfigato del mondo e dovrebbe conoscere la sorella di Cosma per un confronto ad altissimi livelli. Era impiegato alla Fiat, attivista sindacale, impegnato. Si è scucito il cervello per la moglie di un capoccione che non lo considerava. Per uscirne si è licenziato e si è dedicato alla dottrina anarchica, caldeggiando il dissolvimento delle istituzioni di fronte ai cancelli di Mirafiori tutte le mattine. Il cervello gli si è scucito ancora di più. Si è tirato un colpo di rivoltella in testa. La pallottola lo ha passato da tempia a tempia, lo ha reso cieco, lo ha lasciato in vita, gli ha scucito definitivamente il cervello: vorrei vedere te.
- Signor Pautasso buongiorno.
- Diciamo no al buongiorno, diciamo no al signore, grazie, no, grazie, diciamo no! Diciamo no alle docce fredde! Voglio i miei sigari, voglio i miei sigari!
- Signor Pautasso arrivederci. Antonio lo accompagni fuori, grazie. – Mi guarda e viene rosso Gurremi, che dire arrivederci a un cieco, non so, là.
Iodice entra e attacca a parlare in arabo. Gurremi sorride, l'altro sussulta. Poi parla in inglese, o una cosa che gli assomiglia. Gurremi sorride, l'altro sussulta. Poi parla siciliano. Gurremi gli risponde, l'altro sussulta (una vita piena di imprevisti la sua).
Vi risparmio qualsiasi tentativo di rendere la parlata siciliana. Capisco qualcosa: Iodice non ha visto niente, con tutte le porcherie che gli danno per farlo dormire, dice, ma sarà stato un infermiere senz'altro, che sono degli aguzzini, meschini aguzzini, tutti.
- Oppure questo farabutto qua – e mi indica – con la faccia da santerello.
- Ma vaffanculo.
- Signor Bosco! – quello dei punti esclamativi.
- Mi scusi.
- Bel mediatore!
- Senta...
- Lasciamo perdere. – chiude Gurremi – Arrivederci e grazie signor Iodice.
Cosma non entra e non dice niente, ma mi guarda implorante dalla paura che ha. I morti gli fanno paura che dice che gli vengono a tirare i piedi di notte, e gli fanno paura i carabinieri per via di quel cappello lì, come i vigili. Poi ha la coscienza sporca perché Aldo il vecchio lui lo menava. Poi le “braje a van nen bin”. Poi lo trascino dentro.
- Buongiorno signor Collina.
- ‘ngiorno.
- Come andiamo?
- Eh, diu ...
- Mi dicono che lei dorme poco di notte, va in giro. Questa notte come ha dormito?
- C'ho paura dei fantasmi, io. Ho visto un fantasma, io. C'ho paura. – piagnucola Cosma.
- Non c'è niente di cui avere paura signor Collina. – poi, rivolto a me – Antonio, questo signore è attendibile?
- Come sarebbe?
- Voglio dire, si può credere a quello che dice?
- Lo chieda a lui! – che nervoso mi monta su quando parlano ai matti per interposta persona, anche Gurremi che mi stava simpatico, Giuda nero.
- Signor Collina io le voglio credere. Lei dice di aver visto un fantasma e io le voglio credere. E mi dica, li vede spesso i fantasmi?
Mi vorrei alzare e uscire, tanto c'ho il nervoso. Gurremi mi ferma. “Strizza l'occhio a qualcun altro che te i miei amici non li devi prendere per il culo!” gli vorrei dire, ma mi controllo e vengo tutto rosso. Quello dei punti esclamativi se la ride, ma Gurremi lo gela con un'occhiata. Non capisco niente.
- Allora signor Collina?
- No.
- No cosa? Non le devo credere?
- No, non li vedo mai i fantasmi, li sento e so che ci sono ma guardo da un'altra parte io, son pà fol!
- E questa notte?
- No.
- Non li ha visti neanche stanotte?
- ...
- ...
- Tonio, le braje? – sta per mettersi a piangere.
- Non fare lo scemo e rispondi al maresciallo.
- Stanotte l'ho visto sì, l'ho visto, che non ho fatto a tempo a girarmi dall'altra parte. Diu che paura, che pau! – ora piange come un vitellino, come quando gli faccio la doccia.
- E come sono fatti i fantasmi secondo lei signor Collina?
- Maresciallo la smetta di prenderlo ...
- Zitto! Si chiama Collina?
- Posso uscire?
- No! Dopo parliamo da soli, io e lei.
Cosma singhiozza e mi si fa vicino, quello dei sussulti se la ride. Gurremi lo manda fuori con una scusa.
- Come sono fatti i fantasmi, mi dica solo questo e poi può uscire, non c'è niente da avere paura.
- Maresciallo, i fantasmi vanno in giro con un lenzuolo in testa, vuole che le risponda così? Cosma ha il cervello di un bambino di cinque anni, è scemo, è questo che vuole dimostrare?
- Questo lo dice lei Antonio. E poi non sta bene parlare di Cosma come se lui fosse assente. Lei mi insegna ...
- Tonio.
- Oh.
- Ha ragione il maresciallo.
- Andiamo bene, ti ci metti anche te!
- ...
- Scusa.
- Hai ragione anche te.
- No, tu non sei scemo. Sono io ... – e vengo tutto rosso.
- No. Hai ragione te, che il fantasma era vestito di bianco e l'ho visto uscire dalla camera di Aldo, che era il fantasma di Aldo che scappava, diu, diu, diu che paura!
Gurremi scoppia a ridere. Siamo panati. Comunque.
Comunque Gurremi si è fatto dire da me quali sono i matti meno matti, i più attendibili. Se lo sarà fatto dire anche dagli infermieri e dal capo sala: andrà in cerca di conferme.
- Alma, Angelica, Paluello se non è in crisi, Boffa, Leo, Ferrari il giardiniere. E poi Iodice, credo.
- Quasi tutti, insomma.
- No. E poi bisogna saperli prendere.
- Lei ci sa fare con loro – e se la ride.
- No.
- Vorrei solo aggiungere, a scanso di equivoci, che io il suo amico Cosma lo prendo molto sul serio. – e se la ride. Gli romperei la faccia. – Rimanga, rimanga che adesso facciamo venire gli altri. Passiamo alle signore. Ha detto Angelica?
Angelica entra come un uragano e passa i primi cinque minuti a rivendicare i suoi diritti, che tutti la derubano qui dentro:
- Miliardi e miliardi e miliardi mi hanno portato via! Ero ricca ereditiera io. Non si fa così! – si accende una MS – Non si fa! – fa no con l'indice puntato verso il maresciallo – Mi ruba il capo sala, mi rubano gli infermieri, mi ruba questo qui – e mi indica – no, forse te no gioia, te vuoi solo ciulare – è il suo quarto d'ora di gloria – mi rubano le colf, porca miseria anche le colf, la servitù, c'avevo la servitù io, io ero ereditiera , oh!
- Bene.
- Bene un cazzo, maresciallo!
- Contessa!
- Mi scusi – se la ride Angelica, lusingata. Se la ride pure Gurremi. Roba da chiodi!
- Contessa, lei dorme di notte?
- Su un cuscino di piume! – e ride e tossisce e traballa tutta.
- Lei dorme bene? Profondo?
- Si, anche se mi danno la droga da bere per rubarmi i soldi. Io dormo da sera a mattina. Come i signori, io!
- Certo contessa. E questa notte, mi dica, è stata disturbata? Ha sentito dei rumori?
- Qui c'è sempre rumore, anche di notte, non lo sa? Si informi, maresciallo. – Stavolta me la rido io.
- Ma intendo qualcosa di diverso, qualche urlo, un tonfo?
- Urla e tonfi non sono qualcosa di diverso, maresciallo. Brava Angelica!
- Insomma lei non ci vuole aiutare a capire cosa è successo al suo amico Aldo?
- Ma che amico! Quello mi ha rubato! C'aveva i miei soldi sul libretto della posta. Me l'ha detto proprio ieri, che c'aveva più di cento milioni sul libretto postale. Erano i miei soldi e lui è morto. Mi ha rubato!
Alma entra accentuando l'andatura zoppa, che zoppica Alma, quando vuole zoppica. Ha paura Alma o forse vuole tenersi buono il maresciallo.
- Bene signora Alma, ci conosciamo già noi.
- Eh sì, signor maresciallo, lei è un galantuomo. – E sottolinea “lei” per girarsi a guardare male quello dei punti esclamativi.
Bisogna dire che i matti che vanno in giro danno anche fastidio e i commercianti spesso chiamano i vigili o i carabinieri per cacciarli dal negozio e Alma va in giro e reca parecchio fastidio.
- Non rivanghiamo il passato – la retorica del Gurremi mi fa venire l'orticaria – siamo qui per affari seri.
- Oh, già. – il sussiego di Alma è una roba da vomitare.
- Il signor Torrengo Aldo è deceduto questa notte, in circostanze dubbie, probabilmente una disgrazia, probabilmente.
- Probabilmente.
E' un balletto, si fanno la corte a vicenda.
- Suvvia Antonio, non sia geloso!
Adesso mi legge nel pensiero, andiamo bene.
- Geloso di che?
- Ci siamo capiti. – e ride grasso, e ride pure Alma.
- Torniamo a noi, signora. Come ho chiesto a tutti, ha visto o sentito qualcosa di strano stanotte, verso le due?
- So chi è stato.
- Prego? – intervengo, allibito.
- Ho detto che so chi è stato, sei sordo oltre che scemo?
- ...
- Andiamo avanti.
- E' stata quella prostituta di Angelica Goria!
Sono allibito; ma non per le parole di Alma: avrei potuto dirlo io dieci minuti prima chi avrebbe incolpato, non è quello. E' il tono. Non era arrabbiata, non vaneggiava, non sputava fiele su Angelica: sembrava quasi dispiaciuta.
Meglio fare finta di niente a questo punto. Meglio lasciare che quel pancione di Gurremi continui nei suoi colloqui farsa, che ha l'aria di divertirsi un mondo a sentire sproloqui. Ci penserò più tardi al tono di voce di Alma, il tono. Comunque.
Comunque Gurremi ha visto la mia espressione allibita e ha preso nota dell'affrettato sorriso che gli ho rivolto, ebete questa volta, hai presente il sorriso ebete? Non quello amabile, che non era il caso .
Paluello se non è in crisi gli si può parlare. Quella mattina era in crisi. E' entrato prima l'odore, poi Paluello. L'odore di urina. Poi Paluello col suo cappello a tesa larga e un sigaro in bocca e gli occhi iniettati di sangue. Se ci penso mi fa paura e mi fa una pena da scappare via e non mettere mai più piede dentro l'ex manicomio.
- Io vi brucio tutti!
- Signor Paluello buongiorno, vengo subito al dunque perché la vedo un po' nervoso. – (Gurremi l'idiota!)
- Nervoso un cazzo, pancione schifoso! Io ti brucio, schifoso! Io sono Dio! Porta rispetto pezzente!
L'abbiamo portato fuori a braccia io e quello dei punti esclamativi.
Poi i carabinieri se ne sono andati.
foto di Giampaolo Squarcina
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