Ultime pagine viste

Perchè i matti - primo capitolo
diego finelli

questo è il primo capitolo di un romanzo: se incontrerà l'interesse di qualcuno lo pubblicherò a puntate; oppure potete chiedere di riceverlo "tutto insieme" via e mail, alla redazione del sito

IL PRIMO GIORNO, IN FONDO
 

Perché i matti sono come le piante, li prendi e li sposti, e li lavi, li vesti, gli dai da mangiare, e loro stanno lì, con la faccia verdina, indifferenti. Non sono pericolosi, chi lavora dentro lo sa, ma fa comodo passare sotto silenzio questo particolare. Te pensi che dentro ci stiano  solo più i pazzi scatenati, quelli pericolosi, senza parenti; pensi male, perché ce n'è di tutti i tipi e quelli pericolosi sono ormai vecchi e completamente ottenebrati dagli psicofarmaci.
Io sono stato dentro un anno, come operatore.

Il primo giorno è durato due giorni, perché le prime ore non ho fatto niente. Sono passato da un ufficio all'altro e non sapevano dove mandarmi. Il primo giorno, cioè, non ero proprio ancora dentro.
Ma vede, è proprio strano, di solito i suoi colleghi ambiscono a incarichi, come dire, più, come dire, insomma un ufficio, un laboratorio.
Fotocopie.
No, o meglio, anche ma non solo, qualcosa che le può servire anche dopo. Lei è ragioniere vero?
Sì signor Cimarosa
Dottor
Dottor Cimarosa
E allora vede che andare a lavorare da infermiere secondo me non le conviene, è proprio sicuro?
Sì.
Avrei dovuto dirgli “non sono sicuro di nulla Cima, di poche cose almeno” ma poi diventavo rosso, meglio tacere. E' che avevo la raccomandazione, io. La raccomandazione di un matto per andare a lavorare con i matti, che io in ufficio a fare fotocopie per un anno non ci voglio stare che i matti mi sono simpatici e non ho troppa paura, anche se a quel punto ero ancora fuori e pensavo che dentro ci fossero solo quelli pericolosi, eccetera.
 

Osvaldo è il pazzo meno pazzo che possiate immaginare. Lavora al Sert e fa commissioni per mezza ASL; è stato ricoverato per diversi anni a causa di crisi depressive devastanti, ma ora sta bene. Solo non gli interessa tornare a vivere fuori. Divide un alloggio con altri due, va a mangiare in mensa, fa il suo lavoro e per dormire, quel poco, prende Roipnol. Può andare dove vuole: va a trovare la sorella, va a fare giri in centro, i figli lo vanno a trovare, io lo vado a trovare. L'ho conosciuto perché ho fatto quel corso da volontari e siccome lavoravo il tirocinio non lo potevo fare di giorno, e di sera nei reparti non mi volevano; allora andavo una volta a settimana a casa di Osvaldo, Luigi e Vincenzo. Le risate.
Osvaldo fa commissioni e conosce tutti, anche la Assarotti, amministratore dell'ASL, che quando lo vede sorride, la bella donna, e lo prende sotto braccio e chiacchiera amabilmente; a parte tutto mi sembra una brava persona. Ma poi che importa? Comunque non ci credevo quando Osvaldo mi ha detto che la Assarotti voleva conoscermi e infatti non l'ho ancora conosciuta, però è vero che grazie a lei ora il dottor Cima è in imbarazzo e già questo mi fa godere un po'. E' unto Cima e la sua carnagione da inizio stagione tennistica mi fa prudere il collo e tutto sotto il mento. E' meglio se smetto di grattarmi che mi guarda male.
Poi mi fanno parlare con un'impiegata bionda, gentile ma formale, forse le sono antipatico. Poi chiamano le ispettrici.

Le ispettrici non arrivano!
Ah
Animo!
Animo.
Le ispettrici sono una sola, si chiama Pieroni, l'altra è in mutua.
Piacere, mi segua
La seguo. Ci avvitiamo per una scala umida, usciamo in cortile, dieci metri poi saliamo di nuovo in altri uffici che deve prendere dei documenti, poi di nuovo fuori, piedi sulla ghiaia, le Panda dell'ASL parcheggiate, poche persone camminano silenziose, sovente a coppie, sotto i portici della Certosa. Si sente una risata rimbombare da lontano.
Entriamo. Buongiorno, buongiorno. Un quadretto di Padre Pio, alcuni poster, amenità tipo riproduzioni di Van Gogh e Monet. Mi siedo.
Vuole una sigaretta?
Gente simpatica. Mi parla un po' Pieroni, ora mi da del tu, ora del lei, poi arriva un'impiegata anziana, poi un educatore e si ferma lì, bacia Pieroni.
Come va? E' lui? Cosa gli facciamo fare?
Ma usa solo punti interrogativi?
Parliamo del perché. Del perché ho scelto il servizio civile, l'ASL, l'ex manicomio. E le motivazioni che mi ero preparato come a un esame e li lascio stecchiti, o forse è il solito effetto che fa la faccia da bravo ragazzo.
Pieroni mi interrompe:
Mandiamolo al due.
Mandiamolo al due?
Quello dei punti interrogativi non è convinto. Io dico perché no per fargli dispiacere e loro mi guardano strano. Mi mandano al due.
Sarebbe il peggiore dei reparti, un casino.
Frutto del recente accorpamento di due ex reparti; gli infermieri poi come dire.
Sempre “come dire” da queste parti.
Gli infermieri hanno dato qualche problema, non so se mi spiego. Per cui a noi farebbe comodo avere una persona di fiducia che possa osservare. Ci manterremo in stretto contatto. Non so se capisce cosa voglio dire.
Capisco.
Capivo, era il primo giorno in fondo.
Chiamano il capo sala, Italo Fronte, una persona seria che però con un nome così, lasciamo perdere. Assomiglia a Craxi da giovane, però più magro e meno faccia da culo e deve essere uno di poche parole. Ce l'ha su con gli infermieri che sono difficili da gestire, ce l'ha su coi “degenti” che vogliono troppe sigarette.

A passi veloci, sotto i portici, a passo spedito, che Fronte cammina deciso, raggiungiamo l'ingresso del due; incantevole il giardino, davanti, le siepi curate, con un pozzo in mezzo, e c'è uno che cammina in tondo guardandosi le scarpe e la sigaretta in bocca che consuma. Ha l'aria di camminare attorno a quel pozzo da quindici anni.
Entriamo. Stanzone comune, e le prime camere, chiuse a chiave, mi spiega Fronte, perché altrimenti ci vanno dentro. Io devo averlo guardato male perché aggiunge:
Ci vanno dentro e si sdraiano vestiti. Sporcano e fumano. Paluello l'anno scorso ha preso fuoco.
Parla tutto così Fronte, dice frasi corte, parla di “loro”, dice “sporcano e fumano”.
Dopo il primo pezzo di corridoio un altro slargo e i bagni con le docce.
Poi uno stanzone bello grande, con il televisore a volume insostenibile, su una mensola in alto. Le persone che stanno lì non lo guardano, i più fumano, qualcuno parla da solo.
Al tavolo un infermiere giovane e grasso gioca a carte con un vecchio dalle guance lucide, ben tenuto. Fronte fa gli onori di casa.
Stano Giuseppe, ausiliario.
Bosco Antonio, obiettore.
Mentre mi da la mano Stano dice qualcosa di sgradevole che non comprendo, travolto dalla puzza di sudore che manda.
Proseguiamo. Altro tratto di corridoio, altre stanze, porte grigie chiuse a chiave. Poi l'infermeria. Sono quattro, di bianco vestiti, tutti seduti a tavola che hanno appena preso il caffe' e uno legge il giornale ad alta voce. Fronte lo guardano male, me con disprezzo. Uno ha la barba e parla con accento veneto. Una è una donna che deve andare in pensione tra un mese, lo dice lei; chissà se a tutti quelli che incontra per la prima volta si affretta a dire che va in pensione tra un mese. Va a sapere. Uno è alto e arriva dalla valle di Susa e ha l'aria di quello che ha fretta di tornare in cascina che lui non c'ha tempo da perdere con questi fannulloni che vivono alle spalle della gente che lavora. I fannulloni sono i matti. Il quarto assomiglia ad Alvaro Vitali.
Quello con la barba parla, deve essere il capo, e dice:
Cosa gli facciamo fare a questo?
Fronte non risponde, bravo Fronte, e mi presenta, e spiega, lo scopro in quel momento, quali saranno “i miei orari e i miei compiti”:
Entrerà alle otto, non dovrà sostituire il vostro lavoro con il suo lavoro, collaborerà, supporterà.
Bravo ragazzo Fronte, ma parlava così.
Celeghin, quello della barba, si gratta il mento, guarda gli altri tre, tamburella sul tavolo con le nocche e poi apre la bocca.
Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una
Questa che parla naturalmente non è Celeghin, primo perché è una voce di donna e Celeghin non è una donna, secondo perché proviene dalle mie spalle e Celeghin mi sta di fronte. E' Alma.
Alma vai fuori, quante volte ti devo dire che non dovete mettere piede qui dentro!
Dammi una sigaretta per piacere
Alma guarda che ti sbatto fuori .
Celeghin fa per alzarsi ma Fronte lo precede, prende sotto braccio Alma e la accompagna. Alma si volta, mi guarda torva e grida:
Chi è quel frocio?
Tutto bene, tutto bene, è il primo giorno, in fondo.
Fronte rientra, chiude la porta. Celeghin:
Cosa stavo dicendo?
Non stava dicendo niente.
Ah già: perché non lo facciamo iniziare alle sette così viene quando c'è lavoro che alle otto abbiamo già finito. Alle sette ci aiuta a lavarli e a dare colazione, no?
Per me non c'è problema.
Come?
Niente.
Non c'è problema - dice Fronte - sentiremo solo l'ufficio del personale per la variazione e l'ufficio ispettorato e..
E diamogli anche un camice a sto ragazzo
Questa è Graziella, la pensionata; mi guarda è aggiunge:
Mio figlio sta facendo il CAR a Casale.
Celeghin ride.
Fronte mi accompagna fuori dall'infermeria.

Corridoio, a destra uscita di sicurezza da chiudere a chiave di notte, a sinistra tromba delle scale e servizi del personale. Ufficio del Capo Sala. Entriamo. Chiudiamo a chiave. Bussano.
Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta
Come hai potuto vedere l'ambiente non è facile. Se ti può consolare la squadra che hai conosciuto è tra le peggiori – dammi una sigaretta dammi una – Comunque domani cominci: non farti spaventare o prevaricare – sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi – Fai attenzione ai degenti: sembrano innocui e indifesi, ma possono diventare furbi e pericolosi – una sigaretta dammi una – Non ho altro da dirti. Ambientati, con qualcuno di loro puoi fare amicizia; non so. Se hai bisogno. Io arriverò alle otto e mezza. Adesso usciamo che ti faccio vedere il resto del reparto.
Prende qualcosa dal cassetto e usciamo.
Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta
Fronte le allunga una nazionale, Alma sorride, mi guarda, sorride, si allontana e dice:
Fai schifo.
Proseguiamo. Sgabuzzino delle lenzuola, bagni, stanzone: la televisione, un po' meno alta dell'altra, è sintonizzata su Retequattro a beneficio di due signore in camice bianco che non si accorgono di noi. La stanza è piena ma non ricordo nessuno in particolare; erano tutti come piante quel pomeriggio in quella stanza, qualcuna ferma, qualcuna si muove, qualcuna si lamenta. Possibile che nessuno gli parli a questi, che nessuno gli dia retta, gli dica “vuoi un caffè, vuoi fare una passeggiata, lo sai che ieri il Toro ha vinto” che questi sono vecchi e magari ce n'è qualcuno del Toro. Niente, Giuda nero.
Proseguiamo. In bagno una donna anziana tutta nuda è seduta sulla tazza. Fronte le dice di coprirsi che fa freddo.
Finalmente una stanza è aperta. Quella di Angelica. E' solo sua la stanza, - è molto indipendente – dice Fronte. C'è tanto fumo, spesso: Angelica tiene una sigaretta tra le labbra e un'altra accesa nel posacenere: - Non si sa mai. – E' grassa, ha i capelli giallo-marrone-grigio e le ciglia bruciate, come il copriletto. Gli occhi no, non sono bruciati, sono vivi, puntuti, giovani e neri: le pupille e l'iride risaltano sotto le palpebre, cispose e infiammate.
Ciao gioia.
Ciao. Mi chiamo Antonio.
Angelica ride e tossisce e ride. Sta semisdraiata di lato, sul letto. Mi guarda, e ride e tossisce.
Hai preso tu i miei soldi?
Certo che no.
Vedremo.
Andiamo.
Altre stanze, altre porte chiuse, altri bagni comuni. L'odore di disinfettante penetra la mia sinusite e si mischia al puzzo di tabacco, all'urina.
Tornando indietro il Capo Sala termina i ragguagli con una panoramica su quelli che chiama soggetti pericolosi: Giorgio Rosso, che ha ucciso una vecchia, gli ha tagliato la testa e se l'è portata sotto braccio per il paese, sono passati trent'anni ma in Val Chiusella se lo ricordano ancora; Vito Spalletta, secondo di tre fratelli, tutti internati, che ha ucciso il padre a coltellate; Paluello, che ha la mania del fuoco; Manassero diventa cattivo quando beve, come Matteo e Jonny.
Poi basta. Non lo sto più a sentire. Ho voglia di uscire, di respirare un po' di primavera che sto già male. Ho anche paura, un poco.

Nello stanzone le signore che avevamo lasciato col naso per aria ci vedono per via della pubblicita'; ci vengono incontro e dicono cose tipo oooh, aaah, ma davvero, quando Fronte gli spiega chi sono. Poi diventano maligne, e chiedono – Cosa gli facciamo fare?
Le signore col camice bianco che stanno col naso per aria e guardano bbiutiful non sono personale medico e non sono infermiere. Sono le colf. Si occupano di qualche malato in particolare che ha la pensione alta e allora il tutore paga queste perché forse è meglio, che gli infermieri non bastano e poi non sono tenuti a fare certe cose. “Certe cose cosa?” Forse cose come parlargli ai malati, chiedere “come va', vuoi un caffè, lo sai che il Toro ha vinto?”. Loro non gli chiedono niente, almeno queste due; pare ce ne siano altre, ma fanno i turni.
Abbiamo un sacco di lavoro, perché sai non è che possiamo guardare proprio solo i nostri, se per esempio quello cade e si fa male non è che possiamo fare finta di niente, anche se non è il mio da guardare, l'infermiere lo chiamiamo lo stesso, interveniamo.
Ecco cosa fanno, li guardano. Intervengono.
Poi arriva uno di loro, emette dei versi, mi si avvicina ma non faccio a tempo a ritrarmi, anche se come ho detto avevo un po' di paura:
barrrbbb, barrbb, barrbb,
Mi abbraccia e mi liscia la faccia. E' Giuseppe Moro, sordomuto, e gli piace la mia barba.
Ma non gliela lasciamo crescere, perché poi a tenerlo pulito.
Questa che parla è la sua colf, Aurelia, giovane, magrina, pulitina: ti viene da parlare tutto così a vederla, con la bocca stretta.
Io qualche idea cominciavo a farmela di come andavano le cose lì dentro, ma era il primo giorno in fondo, non è che potessi mettermi lì a gridare.
Dopo la colf magrina ha sgridato Moro perché si soffiava il naso nelle tende:
Maiale maiale maiale!
Il fazzoletto – gli ha detto Fronte.
Ma se quello è sordo.
Il fazzoletto non ce l'ha perché li perde tutti – ha detto Aurelia.
Andiamo bene – ho detto io sottovoce che non mi sentissero.

Fine del giro. Fine del primo giorno, sono le quattro e fuori c'è vento. Saluto educatamente, saluto anche Alma che continua a guardarmi male. Saluto le colf e tutto lo stanzone coi suoi arredi umani, e ciao e stretta di mano a Italo Fronte, con quel nome, ma.
Ripercorro i corridoi, passo davanti alle porte chiuse, all'infermeria, chiusa, passo nell'altro stanzone dove noto ora anche una macchinetta del caffè. Mi fermo e accendo una sigaretta. Su ogni parete c'è scritto vietato fumare, appoggiate ad ogni parete ci sono almeno tre persone che fumano.
L'infermiere valsusino passa col carrello degli psicofarmaci.
Due pillole a te, dieci gocce, tre pillole, venti gocce, ah no erano dieci, pazienza, Paluello vieni qua. Melleril, Serenase, ecco le gocce, prendile tutte ne; Paluello! Muoviti! A te queste, chi manca? Cinque di queste rosse, ecco là. Paluello non ti chiamo più. Arrangiati.
Paluello è seduto immobile, guarda dritto in avanti con occhi iniettati di sangue: la maschera dell'incazzatura. Proprio immobile non è, anzi trema parecchio. Tiene la sigaretta accesa tra indice e medio. Non la fuma, la lascia consumare. Poi sento plic, plic, plic, Paluello si è pisciato addosso. Sempre immobile, cioè tremante ma immobile e incazzato.
Il valsusino, che si chiama Giovanni Allocco, dico io che nomi hanno, il valsusino si è allontanato, mi ha sorriso, e si è allontanato verso l'infermeria.
Io fumo ancora, tranquillo, poi vado via e dico:
Ciao Paluello; ciao a tutti.
Esco sotto i portici. Respiro profondo e cammino, respiro e cammino, respiro e cammino. La mia centoventisei mi aspetta. Vado a bere un tè caldo. Vado a casa che è presto. L'arietta mi fa freddo alla schiena. Passo in un tratto buio, sotto i portici, incrocio un matto che mi spaventa un po', poi luce, le Panda parcheggiate, l'androne principale: fuori.

Commenti Inserisci commento

italo 2 marzo 2010, 23:05
avatar
Il racconto è scritto in modo bello e coinvolgente nel testo e originale nei modi. L'ambiente è ritratto sapientemente, le conversazioni trasudano umanità, il vago surrealismo è denunciato dall'iperbole logica 'ieri il Toro ha vinto', citata ben due volte. Tu avresti bisogno di uno bravo, come diceva Laura. Ma tutti noi abbiamo bisogno di uno bravo: a scrivere, come te.

mc brain30 marzo 2010, 22:01
lo preferisco tutto intero , a pezzi rischio di perdere qualcosa-ciao marcello

biagio30 marzo 2010, 22:24
avatar
Bravo Diego, bello! Adesso toglimi un pò di entropia. Quanto è inventato e quanto in parte autobiografico, pur con nomi di fantasia ?

diego finelli31 marzo 2010, 22:39
avatar
In questo primo capitolo c'è ben poco di inventato: giusto il siparietto con il dirigente dell'asl e poco più; c'è molta rielaborazione, scambio di tratti fisici e di nomi, ho condensato alcune situazioni, ma sono persone, ambienti, storie, che in qualche modo ho conosciuto direttamente. Nel proseguo del romanzo c'è un po' più di "fiction". Alle prossime puntate ...

Stefano31 marzo 2010, 23:45
avatar
Mi piace. io preferisco a puntate, inoltre mi tiene compagnia quando sono in pausa pranzo o magari fermo in coda in tangenziale. Ciao Steo

mappa | versione per la stampa | versione ad alta accessibilità | photo gallery | dove siamo | RSS
Valid XHTML 1.0! Valid CSS! RSS Linkomm Customizer