Ultime pagine viste
Perchè i matti - secondo capitolo
diego finelli
ANCORA IL PRIMO GIORNO
 
Perché i matti è come leggere il giornale sotto la pioggia, su una panchina, all'aperto, mentre piove forte stare col giornale aperto e cercare di leggere, e piove e il giornale ti si disfa in mano, si disfa, va in pezzi, in poltiglia, non leggi più, io non so, non leggi e viene tutto grigio, zuppo, difficile, come i matti.
 
Difficile come alzarsi presto il mattino del primo giorno, di nuovo il primo giorno, e prendere la bicicletta, stavolta, quella nera vecchia da vigile, che era di mio padre. Non era vigile, no, però aveva questa vecchia bicicletta da vigile, cigolante, gnic gnic gnic a ogni pedalata e i freni a bacchetta.
Alle sei mi ero alzato, fatto colazione, doccia. Sonno, molto sonno, freddo anche, alle sei e mezza. Per via della benzina ho preso la bici.
Alle sette meno cinque ero lì, davanti al portone chiuso del Due, il primo giorno. Suono, mi apre Renso, alto e magro con la sigaretta in bocca e i guanti di lattice nelle mani.
-Ciau sono Renso.
Renso parla poco, si vede, un altro che parla poco, meno male.
Sfilo di fronte alle porte, alcune aperte ora. L'odore di urina ed escrementi è forte. Qualcuno grida, tossisce, qualcuno è già vestito, Lorenzo Paluello, vestito come ieri pomeriggio, forse un po' meno incazzato, sempre in quella stanza.
Arrivato in infermeria saluto Sara, carina, bionda, Borio, basso, simpatico, Pagliuso, panciuto, meridionale. Sembra una squadra migliore di quella di ieri. Mi danno un camice, un paio di guanti di lattice e partiamo.
Io vado con Renso e Sara verso le stanze della prima parte del reparto. Lorenzo è lì che fuma.
Poi la confusione: io sono frastornato e imbarazzato in mezzo a tutti questi corpi nudi, recalcitranti, sporchi di merda. Corpi vecchi, alcuni deformi. Mi dicono prendi qui, tieni il lenzuolo, passa la spugna.
Alle sette i matti vengono svegliati, molti non sanno o non vogliono lavarsi e vestirsi da soli. Gli infermieri li spogliano di mutande e canottiera che il pigiama non ce l'ha nessuno e secondo me devono avere anche freddo, comunque. Gli infermieri li svegliano, li spogliano, li spingono verso i bagni comuni, li mettono sotto le docce, un po' fredde, un po' calde, medie, non importa. Gli infermieri spesso gridano, specie uno che vedo solo ora, piemontese, che parla piemontese, e grida cose tipo “plandras, bugia!... t'rangiu mi bastardun” e strattona e mena un po' le mani per farsi vedere. Si chiama Bialera. Gli infermieri vestono i matti, li aiutano a vestirsi, li invitano a vestirsi, urlano loro di vestirsi. Non tutti, devo dire non tutti fanno così: Renso per esempio aveva l'aria seria, professionale, a parte la sigaretta in bocca, e se non dava troppa confidenza pazienza; Sara, la giovane Sara, ausiliaria, è dolce, lavora bene.
Era il primo giorno, ma io ci vedo una serie di primi giorni, quelli successivi, cioè. Ogni mattino era un primo giorno se cambiava squadra e ogni squadra fa due mattine, la notte, il pomeriggio e poi due giorni di riposo. Dunque ho fatto alcuni primi giorni. Ma lasciamo stare ora. 
Poi arriva anche una colf, Dina, che aiuta e lavora come gli infermieri, non si limita a guardare: deve essere amica di Sara da come si guardano.
I matti li asciugano con le lenzuola, mettono delle lenzuola a terra nel corridoio, con la corrente d'aria che te ci moriresti di polmonite e anch'io, loro no perché sono matti. Usciti dalle docce li mettono lì e gli buttano un altro lenzuolo addosso e dicono asciugati. I più non si asciugano. Passati pochi minuti tolgono le lenzuola e li vestono o gli danno i vestiti. Li vestono ma loro sono bagnati: a Giorgio gli mettono le mutande pulite ma lui è bagnato e ha il culo ancora sporco, la canottiera pulita aderisce alla schiena bagnata; Giorgio è quello che ha tagliato la testa. Giorgio mi fa voglia di abbracciarlo. Giorgio lo vedo ancora adesso se chiudo gli occhi, con una goccia sulla punta del naso.
Poi arriva la colazione e il reparto si divide in due, dieci sopra, nell'ultimo stanzone comune, venti sotto. Sotto è quasi tutto vuoto, tranne a sinistra, scendendo, che vedo una porta a vetri con dei disegni appesi e la scritta colorata SART.
Vado giù quel primo giorno, nello stanzone dei tavoli, c'è da preparare le scodelle prima che portino il latte caldo. Sai come si fa a preparare le scodelle per la colazione dei matti? Non lo sai. Si prende le scodelle e si rompe dentro un bocconcino di pane a testa. Bialera mentre lo fa bestemmia e dice che sono dei pelandroni e che se fosse per lui starebbero senza. Poi si mette un cucchiaio di zucchero. Poi arrivano il latte e il caffè e gli infermieri se ne prendono una bella caraffa per dopo, versano nelle scodelle e distribuiscono ai tavoli.
-Mangia Giorgio!
-Vatla a piè n'tal cul.
-Bono, bono, dammene ancora, è bono. -  Questo è Giovanni quando gli porto la scodella.
Ce n'è un paio che non smettono un attimo di parlare, un altro che fa come un mantra disperato e si batte un palmo sulla fronte. Mangiano tutti. Un paio di loro devono essere imboccati. Gli infermieri usano le lenzuola a mo' di bavagliolo con quelli che si sbrodolano e con quelli da imboccare.
Poi c'è Ida, quella che lava i piatti, con un camice verde e la scritta sul taschino Cooperativa Sociale Italia Pulita. Biondo platino Ida, tinta. Scherza con gli infermieri, mi tratta bene, mi sorride, mi chiede come mai.
-Come mai sei qua tu, così giovane, chi te lo fa fare?
Io sorrido pavido, mi dondolo su un piede, sorrido. Giuda nero, cominciamo bene.
Poi si sparecchia.
-Cosa fai Antonio – mi dice Bialera – tocca a farlo alla Ida.
Io la aiuto la Ida che mi sorride e mi tratta bene. Ida, di età potrebbe essere mia madre, chiaro, nessun secondo fine.
Poi si torna sopra, in infermeria, a fare colazione. Sono le otto. Bevo anch'io latte a lunga conservazione scaldato con surrogato di caffè e il pane dei matti. Buono non era, comunque. Ho fumato una sigaretta, fuori dall'infermeria che all'ausiliaria Sara dà fastidio. Ho fumato con Renso e con la sua parlata dialettale, veneta.
Dallo stanzone in fondo arrivano voci, esclamazioni, richiami.
-Inferniere bastardo.
-E' Mariolino: adesso è sulla sedia a rotelle, ma una volta era tremendo, picchiava, faceva scherzi, tirava le pietre e toccava il culo alle infermiere.
Mariolino è un bambino di quarant'anni con la testa enorme e gli occhiali spessi e il naso e le arcate sopracciliari gonfie.
-E' pieno di cicatrici.
-E' epilettico. Quando camminava girava con un casco da ciclista, ma non basta. Se va contro un termosifone si apre la fronte.
-Inferniere bastardo
Passa Alma e mi dice vaffanculo. Arriva Angelica e mi manda un bacio. Ritorna Alma e mi dice vaffanculo. Comincio a innervosirmi.
Alle otto e mezza arriva Fronte.
-Come va? Ti ambienti?
-Mi ambiento.
-Vieni.
I matti gli si fanno intorno, si accalcano. Mi devo fare strada con fatica. Entriamo nel suo ufficio e Fronte tira fuori la lista.
-Un attimo di pazienza, dice.
La lista delle sigarette e dei fiammiferi. Ognuno ha diritto a un numero preciso di sigarette al giorno: chi un pacchetto chi due, oppure un pacchetto e due sigari, una scatola di fiammiferi o di minerva, MS, Alfa, Nazionali, tutta roba da spellarsi i polmoni. Con che criterio? Non l'ho mai capito per intero: qualcuno devono fare che non fumi troppo, ma è più che altro questione di soldi, se ne hai pochi o il tutore è il comune difficile che ti diano due pacchetti o anche i sigari; ma poi non è neanche così vero forse, non so. Insieme alle sigarette a qualcuno  danno pure dei soldi, tre quattromila.
Quando sono usciti Fronte mi dice
-Cigars List - e mi fa quello che per lui deve essere un sorriso, poi distoglie lo sguardo e mi dice che prima o poi scriverà un libro. Comunque.
 
-Comunque, era meglio Cogoleto.
-Come dici Alma?
-Non parlo con te.
-Ah
-Ho detto che non parlo con te.
-Ho capito.
-E allora?
-Allora cosa?
-Angelica è una prostituta e va con i cani.
-Ah
-Vaffanculo.
 
Uscito dall'ufficio del capo sala passa il carretto delle lenzuola. Ancora lenzuola. Vanno a fare i letti. Vado con loro. Stavolta faccio la parte in fondo al reparto, dove c'è la camera di Angelica, per intenderci. Dormono su materassi ospedalieri di gommapiuma, rivestiti in plastica marrone: una roba molle che se non fossero matti sarebbe impossibile dormirci. C'è tanta pipì in giro, tante mutande sporche e le finestre tutte spalancate che entra freddo ma l'odore non va via, credo non vada mai via; pannoloni pieni buttati negli angoli, quelli li tira su uno che si chiama Leo, un matto dalla faccia simpatica e rossa e una giacca di jeans sulle spalle, la pancia prominente del bevitore.
-Leo vieni qui, porta via questi – gli dice Renso, e Leo esegue, docile, senza guanti di lattice lui. Quando abbiamo finito Renso gli allunga due sigarette,
-E il vino? – dice lui
-Quello dopo pranzo.
Renso sorride e mi spiega che se Leo beve troppo diventa cattivo. Un altro, penso io. Io invece se bevo troppo divento allegro o al contrario piango e spesso vomito, comunque mai cattivo, penso.
Facciamo i letti, bene devo dire, Renso lavora bene e parla in continuazione, mi ero sbagliato prima; solo non capisco molto per via dell'accento veneto e allora sorrido,  di quel sorriso amabile che, hai presente, se non stai attento diventa un sorriso ebete. Io mi sforzavo di sorridere amabile. Alle nove finiamo di fare i letti.
 
-Ciao Lorenzo. (mi siedo due sedie più in là)
-...
-Come stai? 
-...
-Io mi chiamo Antonio. (gli tendo la mano)
-...
-Non hai voglia di fare due chiacchiere?
-...
-Eh?
-Che cazzo vuoi (non si è voltato, continua a guardare fisso davanti)
-...
-Che cazzo vuoi, eh, io ti brucio! Io non mi chiamo Lorenzo, io sono Dio! Morirete bruciati, tutti! Tutti bruciati! (Ride di un riso che ti spacca lo stomaco, che ti stringe la spina dorsale, ride che ti fa paura e dice “tutti bruciati!” e quasi ci credo)
 
Finiti i letti è ora delle medicine: il carretto bianco cigola per il corridoio e Bialera chiama a raccolta. Il carretto è di legno laccato bianco con tanti cassettini e ripiani e c'è lo schedario dei nomi di fianco con le medicine che devono prendere: due di queste, tre di quelle, venti gocce, quindici, una pastiglia rossa; roba così. Il carretto si ferma soprattutto negli stanzoni. Nessuno fa storie. Bialera mi dà un bicchierino da portare a uno in carrozzina, Aldo-Il-Vecchio si chiama, io esito, poi vado, gli do da bere e lui fa “ooooeeeeooo” e si sbrodola.
Finiti i letti, arrivata l'ora delle medicine, arrivano quelli delle pulizie: Cooperativa Italia Pulita si chiamano e hanno i camici verdi e rossi col il disegno di un elefante sul taschino. Il capo è un maghrebino, poi ci sono due donne, una alta e grossa, l'altra bassa coi capelli quasi a zero, poi c'è Pippo, una specie di Bracciodiferro magro e invecchiato. Il capo è simpatico, i matti lo salutano, alcuni; si chiama Abdù. Risponde e sorride Abdù, sorride e saluta. Si avvicina a uno che ha la pelle scura e si chiama Iodice, uno di quelli che finora mi fanno paura: Iodice tira fuori qualcosa dalla tasca e la porge all'altro; pacca sulla spalla, sigaretta, mille lire e Abdù si allontana.
 
-Tu come ti chiami?
-Loschi Giovanni. Sei bravo tu?
-Non so, penso di sì.
-E tu?
-Tu cosa?
-Tu come ti chiami.
-Antonio.
-Sei nuovo?
-Sì. Sono del Toro.
-Anch'io. Cos'ha fatto ieri, ha vinto?
-Ieri era martedì.
-Ha vinto?
-No.
 
Alle nove e mezza arriva un educatore, quello dei punti interrogativi, Max si chiama. Si infila in infermeria e legge il giornale fino alle dieci e mezza, non che io stia lì a guardarlo, io vado a prendere un caffè con le colf e la Ida, in cucina: c'è un cucina di fronte allo sgabuzzino delle lenzuola, a fianco dell'ufficio del capo sala. Se non ci sono le colf o Ida deve stare chiusa perché Angelica va dentro e fa casino che le piace cucinare. Falla cucinare, dico io. No, perché l'anno scorso a momenti si dava fuoco. A momenti. Comunque prendo il caffè e vengo assalito dal chiacchiericcio fitto delle colf che mi tempestano di domande e osservazioni acute e io rispondo col sorriso amabile di prima, non ebete, amabile.
Poi la mattina scivola, il grosso del lavoro è finito, sembra: gli infermieri nel loro sgabuzzino, le colf davanti alla televisione, i matti a fare la muffa.
 
Max però è uno che c'è: va da Lorenzo, lo saluta, lo abbraccia e lo porta a fare il bagno.
-Vieni, Antonio?
Prepariamo il bagno e Lorenzo sembra stia meglio; si muove molto lento e trema. Nudo sembra un ragazzo, un ragazzo vecchio che non ha consumato il corpo di fatica o di lavoro, un ragazzo vecchio, come un corpo di bambino magro ricoverato all'ospedale e la mamma non può andarlo a trovare, ecco.
Si gode la vasca Lorenzo, si lascia coccolare, si accende un sigaro. Lascia che Max metta i vestiti zuppi di urina a lavare. Mi guarda per un po', si gira verso Max, ride e dice:
-Aò, è proprio fesso questo.
-No Lorenzo, non dire così.
-No, no, no... nel senso che è simpatico, volevo dire, discreto, dinamico.
 
Fino all'ora di pranzo mi ambiento, il mio compito è ambientarmi, pare. Parlo con uno, mi siedo, provo a fare domande:
- Ti piace giocare a dama
- Non son più buono, una volta.
- Se vuoi giochiamo.
- Lascia stare, lasciami perdere.
Un successo, insomma. Esco fuori, nel giardino interno del reparto: platani, terra e pozzanghere. Un matto è tutta la mattina che lavora: sposta foglie, ammucchia rami secchi, ramazza, scava dei solchi, un sacco di lavoro. Mi fumo una sigaretta che c'è il sole e si sta bene, ma c'è anche un po' d'arietta e il fumo mi va in faccia. Dalla porta fa capolino uno strano personaggio, avrà sessant'anni, ma come molti qui dentro potrebbe averne dieci o cento, è lo stesso. I capelli bianchi gli stanno attaccati ai lati della testa e sopra fanno una piccola cresta; ha un occhio più piccolo dell'altro e la vocetta nasale. E' basso e minuto con la pancetta. Mi dice ciao, ride e va via: uno gnomo.
 
Il pranzo, gli infermieri lavorano di nuovo. Il pranzo, le undici e mezza, arriva Rombo col Ducato bianco scassato che fa proprio quel rumore; è una donna Rombo e scarica i contenitori rossi e verdi della mensa. Il pranzo, si prepara tavola con piatti, bicchieri, cucchiai, qualche volta forchette, quasi mai coltelli, quasi mai tovaglie; un bocconcino a testa, che ne avanzi per gli infermieri, caraffe di acqua del rubinetto, pacchettini di Tavernello per qualcuno. All'apertura dei contenitori rossi e verdi prima si servono gli infermieri e mettono in caldo: purea, cotolette, pasta, niente male. Poi si servono i matti. Qualcuno è da imboccare, qualcuno da aiutare, i più si arrangiano: prova te a mangiare la milanese col cucchiaio e senza denti. I matti provano.
Poi vado a pranzo io, alla mensa dell'ASL, insieme a Fronte. Parliamo di politica, di “qualunquistico malcontento” (parla così Fronte), e io mi lamento della destra e della Lega e lui mi guarda un po' male, con un nome così c'era da aspettarselo.
Comunque al Due nel pomeriggio ho bevuto altri tre caffè, con gli infermieri e con le colf. Alle due cambia il turno e arriva un'altra squadra.
 
Prima di uscire, alle tre e qualcosa, mi sono fermato a parlare con Giorgio, io in piedi, le mani in tasca, lui accovacciato, seduto sui talloni:
- Quante ce n'ho?
- Di cosa?
- Di sigarette, cretino.
- Quante ne rimangono nel pacchetto?
- ...
- Sette.
Lui sta zitto, muove la mano sinistra a scatti, come un tic, le dita sempre contratte, la mano si apre e si chiude. Con la destra prende il pacchetto, col palmo della sinistra si aiuta, estrae una sigaretta e la mette in bocca.
- Fammi accendere.
Gli do da accendere.
- Allora quante ne avevi?
- Cosa ti interessa a te?
- Me l'hai chiesto tu.
- Hai perso.
- Quante ne avevi?
- Sei – e mi mostra il pacchetto.
- Allora ho indovinato, perché la settima la stai fumando solo ora.
- Sa, sa, va' via, lasciami stare che sei un diavolo. Non hai indovinato un bel niente, e io sono il padrone dell'universo.
 
Prima di andare via, alle tre e qualcosa, mi sono fermato a parlare con lo gnomo: si chiama Cosma, viene da San Damiano d'Asti, e chi non lo chiama per cognome lo chiama Mino. Di cognome fa Collina, ma lo chiamano tutti Colino, va' a sapere. Mi chiede se i pantaloni stanno bene. Mi sembra di sì. Mi chiede di cambiare le calze che sono bagnate. Gli dico va bene. Mi dice che le cambierà più tardi e si allontana senza salutare.
 
Gnic, gnic, gnic, che la strada è in discesa; gnic, gnic, gnic, torno a casa sollevato; gnic, gnic, gnic, ho in testa una canzone di Fossati che dice “l'uomo avrà quarant'anni e i capelli da ragazzo” e parla del mare di Lombardia; gnic, gnic, gnic, pedala, pedala, che stasera vado al cinema e c'è il sole e sono contento.
 
Stefano23 aprile 2010, 20:57
avatar
Ciao Diego e il terzo capitolo? Noi matti attendiamo con pazienza...... stefano

mappa | versione per la stampa | versione ad alta accessibilità | photo gallery | dove siamo | RSS
Valid XHTML 1.0! Valid CSS! RSS Linkomm Customizer