La Cassa

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Perché i matti - sesto capitolo

02/02/2015 · diego finelli
ANCORA QUEL GIORNO DI LUGLIO

Perché i matti gli piace anche di lavarsi con l'acqua del water, che sono matti mica per niente. Abitudine manicomiale. “Allora ti contraddici” dirai te “che prima hai detto che i bagni stavano chiusi e sporcavano tutto lì dov'erano e adesso dici che una volta, quando c'era il manicomio, hanno preso l'abitudine di lavarsi con l'acqua del water; ma se i bagni erano chiusi come facevano a prendere l'abitudine?”
Un accenno di storia del manicomio allora: c'era un volta il manicomio, quello vero. C'era una volta un posto dove stavano chiusi tanti matti, che magari matti non erano, ma solo alcolizzati, epilettici, sordomuti, depressi; lasciamo perdere. Erano proprio tanti, fino a cinquemila sono arrivati qui a Collegno. Hanno attraversato epoche. Ci sono stati cambiamenti.
“Adesso mi vieni a dire che per un certo periodo tenevano i bagni chiusi e per un altro periodo aperti?”
A parte che potrebbe essere anche andata: comunque, i bagni non erano sempre sempre chiusi, il tema è che spesso quando erano aperti tenevano però l'acqua chiusa, perché i matti l'acqua la sprecano, non sono capaci, la lasciano aperta delle ore, allagano.
Però c'erano anche dei matti puliti, forse maniaci della pulizia, dico io, che pur di lavarsi tiravano su l'acqua dal water e si lavavano le mani e la faccia. E' tutto.
A proposito, c'è Gianni Mallo che ancora adesso trascorre quarti d'ora a lucidarsi la testa con l'acqua del water.
Quel giorno di luglio, quello strano giorno di luglio, quando sono uscito dall'ufficio del capo sala, che gli interrogatori erano finiti, mi sono trovato davanti proprio Gianni Mallo.
Gianni Mallo lo vado spesso a recuperare al cimitero di Collegno, che gli piace andare al cimitero e poi si addormenta sulle panchine e si dimentica di venire a mangiare. Poi alle volte lo picchiano perché ha il vizio di spostare i fiori da una tomba all'altra, specie alla tomba di don Carlo che pare sia stato cappellano del manicomio anni addietro, e Gianni Mallo è in manicomio da quando ha sei anni e adesso ne ha sessanta; quando aveva sei anni non era matto. Quando aveva diciott'anni la mamma è venuta a riprenderselo, che nel frattempo non era più una bambina, prima sì. Mi spiego: Gianni Mallo aveva il problema che sua madre era una ragazzina, povera, che non sapeva cosa farsene di Gianni Mallo, che era un bambino vivace, molto vivace, agitato. L'ho spiato sulla cartella clinica: “crisi di agitazione”. Quando Gianni Mallo ha compiuto diciott'anni la mamma era una donna fatta e serbava la coscienza candida, probabilmente, oltre che, finalmente, qualche soldino da parte. E in tutti quegli anni, quei dodici anni, lei andava a trovarlo il suo Gianni, più volte all'anno. Così quando Gianni Mallo ha fatto diciott'anni la mamma se l'è portato a casa, la sua nuova casa, con il marito e il fratellino. Hanno litigato per un mese, Gianni Mallo ha menato le mani, Gianni Mallo è tornato in manicomio.
Gianni Mallo gli piace andare ai funerali, ha la faccia giuliva mentre segue il corteo. E' uno dei pochi che segue i funerali degli altri matti. Se gli chiedi se conosceva il defunto ti dice di sì; se gli chiedi il nome sorride, scantona e sputa in terra, poi si allontana. Tra due giorni andrà al funerale di Aldo-il-vecchio.

Quel giorno di luglio non finiva mai: tutti agitati, ma qualcuno più degli altri. Quelli della notte in testa, tranne Celeghin. Renso, Stano e la bella Sara erano molto tesi. Agitati i responsabili, da Fronte, alla Pieroni, alla Assarotti. Agitate ma più che altro eccitate le colf, tranne Dina, una delle poche dispiaciute davvero. Frastornati i matti, su tutti la Marilena che ha passato la mattina a roteare le braccia e mulinare cazzotti, poi Angelica, e non voglio immaginare il perché, Cosma fido scudiero in aspettativa, e Iodice, che non avrei mai detto. E con Iodice dava di testa pure Abdù, sempre a ronzare attorno alla stanza del morto, a guardare dentro. Poi la nipote di Aldo, Nicoletta, affiancata e sorretta, perdona la rima, dall'educatore Max. Poi l'obiettore.

L'obiettore; ho fumato molte sigarette, dopo gli interrogatori. Gurremi mi ha chiesto collaborazione e mi ha detto di andarlo a trovare in caserma quando voglio, anche se pensa che si tratti di una disgrazia.
Sono stato lì fuori, nel cortile interno, ad aspettare il Ducato di Rombo che porta il pranzo, come fanno di solito gli infermieri, per tre quarti d'ora. Il vecchietto che lavora sempre, nel cortile interno, ha passato il tempo a strappare l'erbetta con le mani, a rastrellare sassolini: si chiama Giobatta ed è sordomuto. Quando piove che proprio non lo lasciano uscire trascorre la giornata a stracciare le lenzuola. Gli danno un lenzuolo di quelli rovinati e lui con le mani ne fa tante strisce sempre più piccole, sempre più piccole, tante fettucce. Poi gliele buttano.

Renso stava fuori con me, che non voleva andare a casa quella mattina.
- Dico io che roba.
- E sì.
- Dico io, chi se la immaginava una cosa così.
- Così come? Non pensi che sia stata una disgrazia?
- Ma. Io stanotte ero qui. Io e Sara facciamo la prima parte del reparto, la stanza di Torrengo non era nostra. Non so. Celeghin e Stano stavano lì. Non so, Giorgio Rosso.
- Non scherzare, non è possibile. Lo sai anche te.
- E' vero, ma non è neanche possibile che un vecchio si rompe la testa da solo in quella maniera, da coricato, dai!
- E allora?
- Allora niente, sì, sarà stata una disgrazia, oppure non so, sì, una disgrazia senz'altro, ma magari non è capitata da sola, bisogna anche aiutarle alle volte le disgrazie, capito, ah?
- No.
- Senti io non voglio accusare nessuno in particolare.
Stiamo un po' senza parlare, a fumare e guardare per aria.
- Sai ieri.
- Che cosa?
- Ieri che ti ho detto che certi infermieri picchiano.
- ...
- Celeghin e Stano.
- Celeghin e Stano sono di quelli che picchiano.
- Non ho detto questo.
- Lo dico io.
- Io so solo che prima che morisse, alle tre ...
- Alle due.
- Non so, a quell'ora lì insomma, prima l'hanno cambiato, poco prima voglio dire, che c'era un pannolone pieno buttato lì vicino al letto.
- Cosa hanno cambiato?
- Il pannolone voglio dire! Gli avevano messo uno pulito, ecco. Ecco quando può essere successa la disgrazia. Che quello è un violento, violento e incapace.
- Celeghin?
- No.
- ...
- La sai la storia dei giornaletti?
- No, cioè vagamente. Cosa c'entra?
- C'entra che è uno schifoso: portava i giornaletti porno e poi li faceva trovare negli armadietti delle infermiere, o nei cassetti alle colf. Ecco.
- E te tutte queste cose le hai dette ai carabinieri?
- Ma figurati.
Poi è arrivato Rombo.

Poi il pranzo. Come tutti gli altri giorni, il pranzo, ma tutti agitati. Ferrari il giardiniere sproloquiava: parla di continuo ma con nessuno in particolare. Parla tutto il pranzo ad alta voce, al suo tavolo da solo, vestito da lavoro. Io lo vedo solo a pranzo che al mattino quando arrivo è già andato a lavorare. Fa il giardiniere, che nell'ex manicomio c'è ancora un giardino-vivaio-serra che produce le piante ornamentali per tutti gli uffici e i reparti dell'ASL. Lui aiuta il giardiniere, quello stipendiato. Lui no. Poi si occupa delle parole, di etimologia più precisamente. E di storia del manicomio. Di questo parla durante il pranzo. Storia del manicomio nel senso che racconta di quando c'erano le cucine interne, in mezzo al parco; di quando le lavanderie erano in funzione; di quando tutto attorno al manicomio c'era un muro coi cocci di bottiglia sopra; di quando tutte le officine e i laboratori interni erano in attività: i materassai, i falegnami, i meccanici; di quella volta che è scoppiato un incendio e sono venuti i pompista con l'elicottero, uh che paura l'elicottero. Cose così.
Poi l'etimologia: il formaggio si chiama così perché quello più buono viene prodotto nel mese di maggio; i bicchieri li fanno a Chieri, provincia di Torino, dove c'è la più grande fabbrica di bicchieri, da cui il nome Chieri-bicchieri; il materasso l'hanno scoperto a Matera, nel meridione, che la son tutti pelandroni. Cose così diceva Ferrari il giardiniere.
Poi era nervoso Iodice che non ha mangiato niente e ha insultato in tre lingue la povera Ida, la lavapiatti. E Bialera, lui è sempre nervoso, ha minacciato di picchiarlo e lo ha preso per il bavero, ma lo ha messo giù subito, che si sentiva osservato, forse.
- Rosso siediti subito e mangia bastard!
- Bastardo te!
- Ti rompo il muso, se non fosse per questo qua, coso. Guarda lì, sempre a viziarli a coccolarli e non ti ascoltano più. Bella roba.
- Bella roba – ho detto.
Potevo chiedergli “ehi hai detto a me? Stai parlando con me?” e guardarlo negli occhi come Trevis Bickle in Taxi driver, e dirgli “coso a me non lo dici, chiaro!”. Invece ho detto “bella roba”.
Poi siamo saliti sopra e Lorenzo Paluello, ancora scosso dalla mattinata burrascosa ha rovesciato un bicchiere d'acqua addosso a Dina; Bialera gli ha mollato una sberla. Io ho detto:
- Bialera! – e in quel punto esclamativo c'era tutta una condanna del suo operato, riprovazione, rabbia e minaccia di denuncia. Tutto in un punto esclamativo. Lui, Bialera, si è allontanato ridendo.

Poi il pomeriggio in cortile. Cosma è impaurito e non si riesce a farlo uscire. Io ho bevuto il caffè in cucina con le colf che però si sono attardate poco data la presenza delle pompe funebri a sistemare il morto. A me non sembra logico che non gli facciano l'autopsia, se hanno dei dubbi sulle cause della morte, ma tant'è. La nipote ha chiesto di lasciare perdere.
Così il pomeriggio sono stato tutto il tempo in cortile, a parlare con Giorgio Rosso, o meglio a provarci. A insistere qualcosa si ottiene e lui mi chiede una sigaretta che le sue le ha finite, e fumiamo insieme seduti sulla panca di pietra.
- Cosa ti piacerebbe fare?
- Ciulare.
- Dai, Giorgio, non fare lo scemo, parlo seriamente.
- Sono serio.
- Ho capito, ma quello ormai non puoi più.
- E chi te l'ha detto a te?
- Lasciamo perdere.
- ...
- Che lavoro facevi prima di finire qui dentro?
- Cosa ti interessa a te!
- Mi interessa, basta là!
- Lo scalpellino.
- Cosa?
- Lo scalpellino, quello che scolpisce la pietra, fa le cose con la pietra. Le panchine, i vasi, le lapidi; soprattutto le lapidi, ah, ah, ah! Gliene vorrei fare una a quel vecchio che è morto stanotte, ah, ah, ah!
- Non c'è niente da ridere. A proposito, allora, non ti sei accorto stanotte quando ha battuto?
- L'ho già detto a quel ciccione là vestito da pagliaccio, son stato io!
Poi altre domande esistenziali, che se ci penso mi vergogno ancora:
- Come mai sei finito qui dentro?
- Perché sono un diavolo.
- Seriamente.
- Per colpa di una vecchia.
- Cosa ti ha fatto.
- Era una strega, mi ha fatto la fisima.
- E tu cosa le hai fatto?
- Niente, mi hanno messo al manicomio.
- Tu non hai fatto niente?
- Si capisce.
- Io non capisco. Cosa?
- Te sei scemo. Si capisce che le ho fatto qualcosa, no! Dovevo difendermi dalla fisima. Poi lei mi ha alzato la gonna un paio di volte, crinassa! Era matta quella. Le ho rotto la testa.
- Bella roba.
Poi è arrivata una bimba, avrà avuto sei anni, la figlia di una colf.
- Non ti piacerebbe?
- Prego?
- Quella bambina, ficcare ...
- Giorgio sei scemo?
- E' bella, biondina ...
- Stai scherzando?
- ...
- Stai scherzando?
- Sì, sì, sto scherzando. Dammi un'altra sigaretta.

Poi sono andato via, a metà pomeriggio, col solito rumore che sai, la mia bicicletta, e il barracuda piegato messo dietro nel portapacchi. E una ragazza, appena prima di uscire dal parco, una ragazza che lavora come educatrice in qualche cooperativa, stava vicino alla sua centoventisette con la ruota a terra. Mi sono fermato. Ho provato a smontare la ruota, ho provato davvero. Non riuscivo. Ho riprovato, e le braccia e le mani e la schiena tese per lo sforzo: niente.
- I bulloni. Sono ossidati. Devi andare da un gommista.
- E dove?
- Ma, cento metri più in là, sul viale, c'è il benzinaio. Non so. Io non riesco. Sono ossidati.
Poi è arrivato un giovane, un operaio dell'officina che c'è dentro il parco, di quelli che si occupano di manutenzione, non ho ancora capito manutenzione di cosa, comunque. Aveva i muscoli. Ha preso la chiave. Ha svitato i bulloni.
Giuda nero di un giuda nero, da stasera mi metto a fare flessioni sulle braccia!
Giuda nero, poi potevo anche usare il cervello, che se invece di svitare a mano davo una botta col piede, ci riuscivo anch'io! Che figura, sono venuto tutto rosso.

Poi sono andato a bere al Circolo Sociale Anziani, che il mio amico Cento mi aspettava davanti con un altro, lo chiamiamo Tedio, uno allegro. E' anche astemio ma poi gli passa. Hanno fatto storie per farci entrare, troppo giovani. Abbiamo detto di no, che non siamo giovani.
- Non si può permettere di dire “giovani” così, senza conoscere.
- Tedio piantala. Ci scusi, ma noi vorremmo regolarmente iscriverci al circolo.
- Troppo tardi, le iscrizioni le abbiamo chiuse la settimana scorsa. Sono annuali. Siamo già pieni. E' già tutto prenotato anche per l'anno prossimo.
- Allora entriamo e non ci iscriviamo.
- Tedio!
- Mi vengono i controlli e se trovano qualcuno senza la tessera sono grane.
- Ma no, paghiamo noi se del caso.
- Per questa volta passate. Niente baccano.
La prossima volta mi porto Cosma dietro che quando vengo con lui non hanno mai fatto storie, e poi Tedio se stava zitto era meglio.

Poi andando a casa sono passato davanti alla caserma dei carabinieri.
Poi il pomeriggio è scomparso