Rami e radici

28 settembre 2013, 17:35 modif. 29 settembre 2013, 22:38
Ghiotta occasione quella del 'buffet letterario' della biblioteca di La Cassa, con l'invito a parlare di 'rami e radici'.

Alberi e mondo vegetale rappresentano un alter ego dell'umanità sempre presente, amico, silenzioso e suggeritore di pensieri alti e sublimi.
Intanto già dalla disposizione di 'rami e radici' si intuisce un significato superiore: i rami, in alto, il tronco, in mezzo, le radici sotto, in basso, invisibili.
Di qui alla rappresentazione dell'uomo il passo è breve: una zona alta dove volano i pensieri e le filosofie, una media con la realtà, la coscienza, e la vita di tutti i giorni; una bassa, profonda, nascosta, inconscia, istintuale, arcaica e corporea.
Le tre zone si ripetono in ogni manifestazione umana; ad esempio nella scrittura.
Già nei primi rudimenti di grafologia si insegna a caratterizzare allo stesso modo la scrittura: che ha zona media, alta e bassa; e così si capisconosemplicemente dalla grafia di una persona i  rapporti tra le tre parti, armoniosi, equilibrati o meno; si intuiscono gli slanci vero la fantasia (parte superiore che punta in alto, che si allarga, che veleggia in cielo), la capacità di stare 'coi piedi per terra' (parte media importante, fondata, chiara, 'piantata sul rigo' direbbe l'abate Moretti [1], fondatore della grafologia italiana) o il rapporto con il proprio corpo e con l'istinto che scavano nella zona bassa inquietanti profondità o timide ritrosie, zona quanto mai varia e significativa nelle scritture degli adolescenti.
A questo punto  potremmo trattare del 'carattere' delle piante (vedi le descrizioni vegetali di Cattabiani [2], un libro di vera e propria 'magia'); già s'indovina quale possa essere il carattere d'un pino rosso che ha radici larghe, poco profonde e che si spinge verso l'alto con la chioma stretta rispetto ad una farnia dalla chioma ampia e radici fittonanti. Carattere: perchè ogni pianta ha il suo e a seconda del carattere ha diverse capacità medicamentose; le sapienze d'un tempo non avevano bisogno di conoscere a menadito ogni vegetale, bastavano poche, profonde, innervate cognizioni di questo tipo per passare dalla forma di 'rami e radici' agli effetti sull'uomo. Infatti dal pino si ricavano essenze che liberano le vie aeree e dalla quercia medicamenti per le vie... un po' più basse; forma e funzione sposate e messe lì, in bella mostra nel libro della natura.

Basta un poco di fantasia per vedere l'albero in pianta, dall'alto, nella sua simmetria bilaterale, vero mandala descrittore del creato (e della sua quaternità) e per vederlo di profilo come rappresentazione della crescità del sè (Jung [3]) o addirittura come sistema di rappresentazione della salvezza divina (Albero dei patriarchi o di Jesse) , ancora, come simbolo dell'opera alchemica che mette radici nel profondo dell'uomo (nel suo 'ventre') per librarsi verso il sole, pietra filosofale.
Arcimboldo, L'albero di Jesse vhe nasce da Adamo, duomo di Monza

L''opus' alchemica che nasce dall'uomo


Ed è alle basi della creazione che viene posto un albero (che, quindi, preesisteva) davanti ai nostri simpatici progenitori Adamo e Eva; non un albero qualsiasi bensi l'albero della conoscenza del bene e del male che, evidentemente oltre a 'rami e radici', dava frutti.
Normalmente come frutto offerto da Eva si pensa alla mela, frutto per antonomasia; ma nelle rappresentazioni più antiche (mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto, stele marmoree della cattedrale di San Forunato a Todi) non è la mela, ma il fico (spesso contrapposto alla vite, che produce il vino, 'frutto della vite e del lavoro dell'uomo, che diventa sangue; ma di queste magie meglio parlarne altrove).


Mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto: l'albero del paradiso terrestre è un fico

Cattedrale di San Fortunato a Todi: sulle costolature marmoree da una parte il bene (la vite) dall'altra il male (il fico).

E' del resto logico:come potevano coprirsi le nudità con una foglia di.. melo?
Mela e fico hanno qualcosa in comune; ed hanno in comune qualcosa che è ben visibile in sezione, la forme descritta li associa con le forme della progenitrice e con l'asse  femmina-male che tanto ha generato nella nostra cultura palese e occulta (San Giovanni, Maddalena e il Graal). Del resto il termine stesso del frutto al femminile con il suo significato osceno era già presente nella parola greca (συκον)  che appunto significa fico e fu usato inizialmente da Aristofane nelle proprie commedie [4] ; diventa un po' più chiaro che cosa potesse essere il frutto proibito.

Duomo di San Giovanni - Torino - Questa è la copia più fedele dell'Ultima Cena di Leonardo, eseguita da Luigi Cagna
. San Giovanni  è quello a destra: risulta chiara una accentuata femminilità.


Piazza san Carlo - Torino
Nel riprendere l'antica forma del lastricato sembra evidente il parallelo tra Graal e grembo, a sostegno di chi lo vuole in questa città.


Molti dicono che mangiar frutta fa bene; a quanto pare non sembra sia sempre stato così! Se il cibarsi di un frutto è stato collegato allo sprofondare del genere umano negli abissi del peccato originale probabilmente esiste nei frutti, nei rami e nelle radici, nei vegetali insomma, un significato di potenza elevatissima e dobbiamo sicuramente un profondo rispetto per i nostri verdi compagni d'avventura.
Con loro abbiamo in comune la vita; lo stesso mistero ci interroga quando guardiamo la differenza tra un cadavere e l'essere umano vivo che lo abitava pochi minuti prima, o tra una pianta che prima era viva e poi non più. Cosa manca ad una pianta rinsecchita rispetto a ciò che era in vita? Cosa manca ad un cadavere rispetto ad una persona? Non sappiamo definire queste due cose ma sentiamo che sono della stessa essenza.

Certo, la vita vegetale la percepiamo diversa dalla nostra; tuttavia chiunque abbia studiato un po' di biologia sa quanto siano simili i processi vitali. Però la classifichiamo come se fosse un po' inferiore rispetto alla nostra; ci pensiamo una razza superiore (anzi, una specie!) e lo stesso tipicamente facciamo nei confronti degli animali.
E' tuttavia una formulazione che non ha grandi appigli biologici; se escludiamo che il punto di differenziazione sia la quantità e la qualità degli aggregati neuronali (elefanti e balene sarebbero superiori a noi, in questo caso) è difficile (per noi umani, esseri superiori premiati da dio)  distinguere la qualità della vita di una pianta rispetto a quella di un animale.
Le piante hanno una vita emotiva, hanno sistemi endocrini ed ormoni; dal libro 'quel che una pianta sa' (di Chamoviz [5], scientificamente inappuntabile) cito l'indice dei capitoli: quello che una pianta vede, quello che annusa, che prova, che ode, come sa dov'è, cosa ricorda).

Per questo mi lascio interrogare dal comportamento dei miei amici vegetariani o vegani quando premiano cibi cruelty-free come se cibarsi di vegetali effettivamente non provocasse sofferenze. Semplicemente non provoca sofferenze soggettivamente percepite da chi mangia , mentre non ne siamo certi che ne sia per chi viene mangiato. Allo stesso modo chi è sensibile al dolore animale non è partecipe di quello degli animali sterminati con i gas nervini che fanno impazzire il loro sistema nervoso fino a morire dalla tensione (ragni, insetti) con agenti chimici, per schiacciamento, annegamento o chissà cos'altro; certo non si fanno campagne contro i poveri microbi vittime del sapone ed in genere ci si indigna per il dolore che è per noi soggettivamente ed emotivamente percepibile (tipico: non mangio animali che abbiano occhi) mentre si tace di quello che non s'avverte.
Tutto ciò non giustifica nemmeno in parte le crudeltà commesse negli allevamenti intensivi e nulla toglie a chi non mangia carne per evitarle; semplicemente ci consente di partecipare di più alla vita.

Certo, non si può non mangiare; nè si riesce (almeno, non io!) a cibarsi solo di ciò che è creato per essere mangiato, come i frutti; abbiamo visto come è andata a finire nel paradiso terrestre. Certo è che ci cibiamo comunque di esseri viventi, o morti per nutrirci,  cioè mors tua vita mea in una inarrestabile legge della sopravvivenza nella quale non tutto è luce e bene, ma il male entra e fa capolino. Quale chiarezza nel mosaico pavimentale prima citato, o  nei simboli della splendida cattedrale romanica di Troia nell'esprimere questo concetto: animale che mangia animale che mangia animale in un cerchio che ricorda il serpente uruboro.
Non ammettere questa fondamentale esistenza del lato oscuro all'interno della più algida vita vorrebbe forse dire averne una visione limitata.


Animale che mangia animale (cattedrale di Santa Maria Assunta, Troia - FG)


Da queste un po' fantasiose considerazioni ne traggo la conclusione che 'rami e radici', e l'intero mondo vegetale, ci abbracciano: sono la culla nella quale avviene la nostra vita, la madre tenera che si dà in pasto ai propri figli per nutrirli: piano, dolcemente, senza che si accorgano del dolore che possono provocare.
Ora devono dormire sonni tranquilli, un giorno capiranno; un giorno cresceranno e dovranno fare i conti con il male.

C'è tempo; ora dormiamo.

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1] Girolamo Moretti, trattato di Grafologia

2] A, Cattabiani, Florario

3] C.G. Jung, L'albero filosofico

4] Wikipedia - Fica

5] Chamovitz, Quel che una pianta sa

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